‘Che tempo che fa’, Almodovar parla di Julieta
“Quando sto scrivendo penso a me, gli spettatori non esistono in quel momento, e anche quando sto girando. E credo che questa indipendenza sia il meglio che posso dare agli spettatori. Questo film è di Almodovar perché l’ho fatto io, ma è vero che c’è un cambio rispetto agli altri film, è un film più contenuto, è stata questa la sfida”. Pedro Almodóvar, ospite questa sera di Fabio Fazio a Che tempo che fa, ha parlato così di Julieta, il film che ha scritto e diretto, con protagoniste Emma Suarez e Adriana Ugarte, presentato lo scorso 8 aprile in Spagna in anteprima mondiale, in concorso per la Palma d’oro al prossimo Festival di Cannes e nelle sale italiane a partire dal 26 maggio.
Julieta è la storia di una donna, una madre che da dodici anni non vede più la figlia, e non sa perché: se ne è andata senza dare spiegazioni e l’ha cancellata dalla sua vita. Uno dei protagonisti del film è il senso di colpa: “Quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura non mi rendevo conto fino a che punto questo senso di colpa potesse essere importante nell’ambito dei personaggi, perché il senso di colpa a me non piace, mi ricorda l’educazione religiosa che ho avuto da bimbo. Ma questo è un senso di colpa più laico. Io mi sento responsabile ovviamente delle mie azioni, la colpa è una sensazione che non è mia”. Anche se poi aggiunge: “Sono laico ma sono anche contradditorio”. Per questa madre, che ha avuto un’educazione laica, “questo senso di colpa diventa come una malattia morale”. Una “malattia morale” che nasce su un treno, in una scena molto “hitchcockiana”, dove incontra prima un uomo, che vorrebbe parlare con lei e a cui lei non dà retta perché si sente infastidita (l’uomo si suiciderà durante il viaggio, scatenando il senso di colpa della donna), e poi l’amore della sua vita, l’uomo che diventerà il padre di sua figlia (concepita quella notte sul treno). Su quel treno Julieta prova così “i due estremi più importanti dell’esistenza: da un lato la morte di un uomo, ma dall’altro scopre l’amore e fa l’amore sul treno, concependo una nuova vita. Era uno dei miei sogni girare questi ‘estremi’ sul treno”. Altro pilastro del film è l’abbandono: “la cosa più spaventosa che può sentire una madre – spiega il regista – La madre non sa niente di questa figlia. Tutto il film è un mistero, la mamma diventa un po’ come un detective per scoprire qualcosa di questa figlia”. “Nella sceneggiatura – continua il regista – non c’era questo senso di colpa, c’era una cosa che non mi convinceva comunque. Quando decisi che la madre e la figlia dovevano provare questo senso di colpa così pesante, così determinante, tutta la sceneggiatura ha cominciato a girare. Quando si comincia a scrivere non si sa mai che cosa racconterai, lo scopri piano piano”.
Il regista spagnolo, venti titoli in ventisei anni di carriera, due Premi Oscar (“Tutto su mia madre” e “Parla con lei”), due premi al Festival di Cannes, cinque Goya, due David di Donatello, tre Nastri d’Argento e altrettanti Bafta, ha poi auspicato che si torni ad andare al cinema: “in Spagna la verità è che ormai la gente non ci va più al cinema, soprattutto i più giovani”. Ma Almodóvar crede che tornerà di moda: “ci sarà un momento in cui le persone sentiranno la nostalgia di sedersi davanti a uno schermo, che è decisamente una cosa più grande che non il salotto di casa, l’intensità di quella situazione è assolutamente non paragonabile”.